Mercoledì, 12 Novembre 2014 09:40

Quando piove sul bagnato. Cronaca di un disastro annunciato

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Nell'ultimo mese vere e proprie ‘bombe d’acqua’ sono cadute sulla Liguria e sull’alta Toscana. Genova, Carrara e Chiavari sono le aree devastate dall'impatto che le precipitazioni hanno avuto su territori nei fatti impreparati a gestire le improvvise piene dei torrenti che spesso scorrono in mezzo ai centri cittadini. 

Davanti a queste alluvioni, ciò che colpisce è che si tratti di fenomeni fino a qualche anno fa anomali, ma oggi tristemente attesi e ormai conosciuti dalla popolazione. Regolarmente, ogni anno si verificano allerte massime e nubifragi, ma pare che nulla cambi nella gestione del rischio idrogeologico da parte delle amministrazioni.

Il dissesto idrogeologico rappresenta una gravissima minaccia non solo per la sicurezza della popolazione, ma anche per l’economia italiana. Basti pensare che a Carrara l’esondazione del torrente Carrione per rottura di un argine ricostruito appena sei mesi fa (sic!) sta impedendo alle industrie di lavorazione del marmo di rispettare i tempi delle commesse, con perdite ingenti che ricadono su imprese e lavoratori.

Che servano investimenti per mettere in sicurezza i territori è indubbio. Tuttavia, anche laddove investimenti in opere di ammodernamento e ristrutturazione ci siano stati, la messa in sicurezza del territorio non è assicurata. La malamministrazione dei fondi pubblici sembra paralizzare la ‘buona volontà’ dell’amministrazione stessa di investire sul proprio territorio. Carrara è il simbolo di questa paralisi: l’argine è stato fatto con materiali scadenti, in qualche oscuro tentativo di risparmiare (?) sulle costruzioni.

Accanto ad interventi non a regola d’arte, ci sono poi le lungaggini della burocrazia e della giustizia amministrativa. A Genova, infatti, gli appalti pubblici per la messa in sicurezza del torrente Bisagno si sono bloccati nei ricorsi al TAR e al Consiglio di Stato, facendo arrivare la città impreparata all’alluvione dello scorso ottobre. Lungi dal voler incolpare la giustizia amministrativa (come pure molta stampa ha semplicisticamente fatto), la vicenda colpisce e fa interrogare prima che sulla lentezza della cd. ‘macchina della giustizia’, sull'applicazione che le amministrazioni italiane riescono a dare al principio costituzionale di buona amministrazione.

Se la ricerca dei colpevoli è tipica degli scenari post-disastro, il problema è però più ampio: come affrontare il dissesto idrogeologico che è frutto di politiche pubbliche aggressive su un territorio già fragile? Come rendere il territorio e la popolazione più ‘resiliente’ alle alluvioni?

Una proposta in 4 punti:

1) Fare della sicurezza del territorio una priorità nell'agenda politica. Al pari delle questioni economiche, delle riforme strutturali e costituzionali, la sicurezza e la tutela del territorio (pulizia di fiumi, tombini, ma anche di boschi, etc.) devono diventare un tema di lavoro istituzionale quotidiano, così da abbandonare la cultura dell’emergenza in favore della cultura della sicurezza. Inoltre, come ha efficacemente evidenziato il Ministro dell’Ambiente Galletti, occorre abbandonare la cultura del condono, sapendo che, ad esempio, condonare costruzioni fatte nell’alveo dei fiumi equivale ad un ‘tentato omicidio’ o, quantomeno, ad annunciare un disastro.

(Peraltro, a chi sostiene che mettere in sicurezza del territorio non paghi da un punto di vista elettorale, si potrebbe rispondere che i nuovi posti di lavoro che così verrebbero creati troverebbero sicuro apprezzamento nel segreto della cabina elettorale.)

2) Regolare i rischi e abbandonare le gestioni emergenziali. Le amministrazioni devono promuovere la cultura della sicurezza attraverso attività di programmazione territoriale e di analisi e gestione dei rischi, in modo da non ritrovarsi a dover ricorrere a strumenti emergenziali come regimi ordinari di gestione delle inefficienze pubbliche.

Ciò significa anche che le gare d’appalto per la realizzazione delle opere pubbliche di messa in sicurezza devono essere improntate a criteri di gestione del rischio e non seguire regimi emergenziali. Le procedure di gara devono tenere conto della specialità e dell’urgenza degli interventi richiesti, ma non devono favorire lo sviluppo di fenomeni di malamministrazione e/o corruzione. Regole chiare e trasparenti, ma anche flessibilità e specialità nelle procedure.

3) Fare investimenti in ricerca e sviluppo. Il territorio e il rischio idrogeologico (ma anche altri tipi di rischi come, ad esempio, il rischio sismico) devono essere oggetto di analisi e ricerche applicate che mirino a tutelare l’integrità territoriale e a mitigare i danni derivanti da (ormai ordinari) episodi alluvionali.

4) Educare la popolazione alla cultura della sicurezza. Laddove non sia possibile evitare i danni, è necessario che la popolazione sia preparata ad affrontare le situazioni di disagio. Un’efficace comunicazione del rischio e la preparazione alla gestione individuale di situazioni di pericolo collettivo sono fondamentali nel ridurre i danni alle persone. Occorre già nelle scuole formare cittadini alla cultura della sicurezza. Fondamentale sarebbe introdurre un’ora di educazione civica dedicata al training contro i disastri naturali; magari, calibrata a seconda delle criticità territoriali (zona alluvionale, zona sismica, etc.).

Marta Simoncini

Letto 11578 volte Ultima modifica il Giovedì, 13 Novembre 2014 16:52

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